Nel 2005 è stato avviato a Pordenone un grande Progetto Tuareg con una mostra del fotografo Udo Koehler

LA MOSTRA
La mostra fotografica “Gli uomini blu del deserto, i Tuareg a Pordenone” vuole onorare la presenza e la cultura della piccola comunità Tuareg esistente nel capoluogo della Destra Tagliamento. Questo progetto propone sensibilizzazione verso una cultura in estinzione attraverso l’aggregazione multi culturale e si articola in modo da spiegare alcuni punti essenziali di un popolo che ha sempre affascinato la letteratura mondiale. Il percorso della Mostra, realizzata con un contributo del materiale del CeVI di Udine, svolge quattro temi fondamentali:

la scrittura e la scuola, sul cui tema è finalizzata una raccolta di fondi per la creazione di una scuola nel Niger la presenza e l’importanza dell’acqua nelle popolazioni africane ed in special modo nomadi le donne e l’ambiente l’ultima parte è intitolata Ritratti ed è strettamente legata alla comunità dei Tuareg di Pordenone attraverso una quindicina di splendide fotografie realizzate per questa occasione dal fotografo Udo Koehler. Infine una piccola sezione speciale è dedicata ai gioielli dei Tuareg che rivestono un ruolo particolare. Non solo quello di essere ornamento o segno di appartenenza ad una determinata tribù e ad una precisa classe sociale, ma anche indicatore della ricchezza del proprietario ed elemento rituale, un tramite fra cielo e terra, fra l’uomo e il divino. Ecco perché essi sono spesso rivestiti di una particolare e ricca simbologia nella quale spicca la croce che ha il potere di disperdere il male ai quattro angoli della terra attraverso la sua particolare formazione “a bracci”. La croce più conosciuta è quella di Agades. I gioielli Tuareg sono realizzati esclusivamente in argento (l’oro era evitato per motivi religiosi) che anticamente era ricavato dalla fusione di monete europee (come i 5 franchi francesi e i talleri di Maria Teresa).

UDO KOEHLER
Nato a Neuhaus/pegniz (Germania) il 10 luglio 1955. Dopo il corso biennale presso l’Accademia di Fotografia Bayerische Staatslehranstalt fur Photographie di Monaco di Baviera, dove nel 1981 ha conseguito il diploma di fotografo professionista, ha iniziato a collaborare con varie organizzazioni culturali e commerciali tedesche completando una decennale esperienza nelle riprese fotografiche di interni/esterni e di architettura Di questo periodo è la stretta collaborazione con la Lega Protezione Ambientale e Uccelli LVB con relativa preparazione di esposizioni educative nel contesto specifico.

LA COMUNITÀ TUAREG DI PORDENONE
La Comunità Tuareg di Pordenone è l’unica in Italia. Altri Tuareg si trovano nel territorio nazionale, ma sparsi qua e là. E’ composta da una ventina di persone di cui alcuni bellissimi bambini. La bellezza dei Tuareg alimenta, proprio per ciò che di indescrivibile colpisce tanto la nostra attenzione, il mistero e il fascino che li circonda e che riguarda non solo la loro Storia fatta di guerra e di poesia, di fierezza e di creatività e soprattutto di quella straordinaria filosofia assunta naturalmente da chi vive nelle immense distese del Sahara. Dietro alla luce dei loro occhi pare di vedere, quasi, il riverbero del deserto ed antichi rituali di vita che si perdono nei tempi. Quel deserto che Mano Dayak, uno dei più grandi interpreti moderni dei Tuareg definisce puro, anche se sconvolgente e magico. Lo stesso Dayak che diceva “Un popolo deve forse sparire per sapere di esistere?”, come abbiamo scelto di scrivere in apertura di questa pubblicazione.Haddo Oubana El Hadji, tolto il turbante che ne fa risaltare lo sguardo sembra un signore perfettamente occidentalizzato, pur se nel suo cuore riporta virtù e conoscenze assai diverse dalle nostre alle quali ci rifacciamo soprattutto attraverso i libri, mentre la sua storia gli è stata tramandate oralmente di generazione in generazione, e che a sua volta suo padre gli ha affidato. Così lui farà con i suoi due figli Sidi e Tima-Tima, sotto lo sguardo attento della moglie Assalo, custode, come tutte le donne Tuareg dell’impronta educativa dei giovani. Gran parte dei componenti la comunità Tuareg di Pordenone ha vissuto in Libia prima di approdare in Italia, come Mohamed Abety e suo figlio Amoumoun che vengono da Tewar, nel territorio di Agadez. Da Agadez provengono anche Amadede Bachona e sua moglie Amane che con i loro figli Ismaril e Ahmed tornano alla terra natia almeno ogni tre anni. Come ogni tre anni ritornano anche Efad, sua moglie Tounfana ed il figlio Omar per constatare come la vita dei loro fratelli nomadi sia sempre più difficile. Ma c’è chi nel deserto non è ancora tornato da quando è arrivato a Pordenone, come Hingirou Emouloulou, da poco raggiunto dalla sua bella moglie Lag Lagga e dalla bambina, ultima nata nella comunità nel dicembre 2005, mentre Sidi Moussa, ingegnere elettronico che ha completato i suoi studi in Belgio ed autore delle poesie presentate in questo Quaderno con a fronte la scrittura tifinagh, accompagnato ora dalla giovanissima moglie Ramatou, non resiste al suo richiamo e vi ritorna tutti gli anni. E’ un’altalena di desideri, di rimpianti e di passioni di aneliti ad una libertà a noi sconosciuta questo vivere tra gli occidentali di Pordenone, specie quando risuonano nelle orecchie le parole di un vecchio detto Tuareg: ” Se vuoi nasconderti, vai nelle tue grandi città, qui ciascuno è una persona visibile”. Ancora e sempre il deserto con i suoi misteri (“Uomo, bisogna saper tacere per ascoltare il canto dello spazio”) ha costretto questi uomini, per dirla ancora con le parole di Mano Dayak “a farsi umili per sopravvivere, ma anche austeri e forti per difendersi”. A questo uomini ed a queste donne umili ed austeri il privilegio di farci conoscere le ricchezze altre.

LA LETTERATURA
Arte poetica, arte della guerra, arte del quotidiano, arma e sortilegio, l’invisibile reso visibile. Sembra che questi elementi siano l’impronta costante per la costituzione di una letteratura Tuareg, tramandata oralmente nonostante la presenza di un adeguato alfabeto. La visione più corrente legata all’immaginario collettivo sui Tuareg è quella di vederli seduti intorno al fuoco nelle buie notti del deserto, il buio custodisce meglio i segreti, sostando nelle oasi sparse lungo il percorso della via carovaniera che trasporta fra l’altro le barre di sale da nord a sud del Sahara. Qui si raccontano, per tramandarsi poi, le gesta d’amore e di guerra, nel senso epico della parola, di chi li ha preceduti. Per meglio apprezzare la loro letteratura poetica (tesawit) sarebbe opportuno conoscere prima le loro caratteristiche sociali? E ancora, come possiamo definire la letteratura Tuareg attenti a non darle il senso mediato dall’idea di come noi occidentali l’intendiamo? Sono domande lecite, che richiederebbero un più vasto studio che non questo Quaderno che ha altri intenti. Il primo fra tutti a farci conoscere la letteratura Tuareg e non solo è stato Charles de Foucauld, il frate trappista convertito alla religione dopo un lungo servizio come ufficiale in Algeria e morto a causa di un tradimento da parte di un certo El Madani quando aveva appena cinquantotto anni. Era il primo dicembre 1916 e Charles si trovava nel fortino di Tamanrasset, nel Sahara francese. A lui va la maggiore riconoscenza per averci dischiuso alla conoscenza di questa cultura così particolare, antichissima ed affascinante e per certi versi, ancora incontaminata. Un altro grande studioso dei Tuareg è l’italiano Gian Carlo Castelli Gattinara, vissuto nel Niger dal 1964 al 1969 proprioper studiare da vicino questo popolo ed autore dell’ingente volume “I Tuareg attraverso la poesia orale”. Il genere letterario più utilizzato dai Tuareg è la poesia ed è subito opprtuno domandarci quanto estesa possa essere la poesia come chiave di lettura per la società Tuareg. perchè la poesia, o meglio perchè soprattutto la poesia? Perchè per la tradizione delle vicende di ogni espressione della storia, civile, amorosa o guerriera, aveva e ha la sua maggiore espressività nell’essere particolarmente adatta allo scopo. Si teneva a mente , si imparava a memoria e si raccontava o si cantava. “La poesia si conduce a poco a poco verso un confine, punto estremo dove il verbo vacilla e si spegne, luogo silenzioso da dove rispuntano tutte le parole”. È l’ipotesi suggerita dalla studiosa francese Dominique Casajus. “Il poema non è mai un’opera anonima” afferma ancora la Casajus nel suo saggio “Gens de parole”. Anche se l’opera poetica è stata scritta da molto tempo le circostanze fanno in modo che si conservi il ricordo di chi l’ha scritta. La poesia Tuareg ha diversi filoni, quello amoroso soprattutto, quello riguardante la guerra o gli aspetti civili, ma anche gli animali, creature spesso compagne di vita dei nomadi del deserto. Poesie che si trasformano in canti come quelli per i matrimoni, per le danze, per i cammelli o per le “fete de Gani”, così chiamato il profeta Maometto.Donna di Sabbia
La natura ti ha fatta bella
Come l’oasi nel deserto
Vivi nel Sahara immenso
Come immensa è la tua cultura
Il tuo viso senza velo
Sfida i venti di sabbia
Donna del vento e del sole
Stella del deserto
La tua luce illumina i tuoi pretendenti
Nei loro viaggilontani
Tra deserto e savana
Donna del sole e del vento
Ti corteggiano soli i mufloni
Invisibili di giorno
Invisibili di notte
Mufloni del deserto
Che ti svegliano di notte
In mezzo ai tuoi sogni
Per realizzare il tuo sogno
Di un vero amore.
La fierezza del combattente
La tua arte di combattere
Ispira il rispetto
Anche dei tuoi nemici
La vita nel deserto
Ti ha reso maestro
Maestro nel sopravvivere
Maestro nel difenderti
La Takouba* in mano
Garante del tuo onore
Che fa la tua fierezza
Il tuo quadro di vita
Tra montagne e deserti
Ti da sicurezza
E disorienta il nemico
Il tuo senso dell’onore
Ti ha fatto risparmiare
La vita dei vinti
Ti ha fatto curare
La ferita del nemico
Perchè per te
L’arte della guerra
È anche un’arte di pace.

* spada Tuareg

Queste due poesie, che presentiamo con un testo originale Tifinah a fronte, sono state scritte da Sidi Moussa appositamente per questo Quaderno. Moussa è nato ad Agadez nel 1965. Ha studiato a Niamey, nella capitale del Niger, poi a Rabat, in Marocco ed infine in Belgio fino a diventare ingegnere elettronico. La poesia ce la nel sangue e scrive fin da quando era ragazzo. Uno degli aspetti più indicativi di queste poesie, specialmente in “Donna di sabbia” è la discrezione. I Tuareg, infatti, non amano per loro natura esporre i loro sentimenti in maniera totalitaria. Questo è forse uno dei motivi principali per cui non amano nemmeno esibire il corpo in nessuna forma. Perciò nel vestirsi prediligono abiti ampi che assolve a questa esigenza di discrezione oltre alla praticità di montare più facilmente il dromedario data da pantaloni larghi.
La discrezione, dunque, più vicina al racconto generalizzato che allo stile strettamente personale deve essere capace di interpretare la azioni di tutti piuttosto che le azioni di uno solo. L'”io” narrante fa spesso spazio agli altri, il senso della “tribù” o dell’appartenenza è presente quasi che ogni egoismo appartenga ad un’anima collettiva per certi versi palpabile. La stessa impronta per “La fierezza del combattente”. Niente sangue, niente tinte forti, ma un dire accompagnato quasi dal lieve sollevarsi della sabbia del deserto piuttosto dello stordimento che procura l’essere senz’acqua o trafiggere il nemico fino alla morte intesa come raccapriccio. In entrambe le poesie non viene abbandonata la dignità della persona. In entrambe le poesie emerge anche la non disponibilità a cambiare il corso della propria esistenza. Sembra che per i Tuareg appartenere al “disdegno” universale sia impressa nella loro coscienza collettiva. È l’ennesima grande lezione che viene dal deserto.

I GIOIELLI
La principale forma d’arte dei Tuareg si esprime nella decorazione, che va dalla sella dei cavalli, al cuoio, al metallo. Queste ultime decorazioni sono chiamate Trik.
Sul metallo, e più propriamente sui gioielli, si esprime la migliore creatività dei Tuareg, spesso tramandata da padre in figlio, come quasi tutta la tradizione di questo popolo, almeno fino a pochi anni fa. Fra i gioielli realizzati, collane, bracciali, anelli, che non sono solo e semplicemente di ornamento, avendo altresì una funzione che va oltre l’indicazione della ricchezza di chi li possiede, spicca la Croce, considerata l’emblema del kel di appartenenza. La Croce più conosciuta nel mondo è quella di Agadez. L’appartenenza alla tribù viene segnalata dalla forma della sua manifattura. In genere i gioielli, per i Tuareg, non sono interessanti solo per la loro preziosità in quanto manufatto, ma anche perchè sono un elemento religioso e rituale, un elemento che diventa un “tramite” fra la terra e il cielo. È il caso appunto della croce di Agadez, e delle altre venti croci che rappresentrano altrattante Confederazioni, alle quali viene attribuito il potere di dispendere il male ai quattro angoli della terra attraverso i particolari bracci che le compongono. La loro nascita risale al periodo pre-islamico, influenzate nel loro esistere proprio dal cristianesimo molto diffuso nel grande bacino sahariano tra le popolazioni berbere prima dell’invasione araba. Simbolo dei quattro punti cardinali essa veniva donata da padre a figlio con una frase rituale “Figlio mio ti dono i quattro angoli del mondo, perchè non sappiamo dove moriremo”. Così la Croce, portata indistinatamente da uominie donne, rappresenta una sorta di “materializzaizone” della ritualità e della magia e si fa amuleto. Ed è proprio ogni singola forma di Croce ad indicare lo stato sociale, politico, decorativo, magico esoterico, testimone di fertilità, di fedeltà, di coraggio , d’amore e di protezione da talune creature soprannaturali come gli jnoun o jiin o dagli uomini belva, i kambalthou, che secondo le leggende popolari vivono nelle lande desertiche o si trovano raffigurati in certi graffiti nel territorio dell’Air come l’altopiano dei Tassili, oggi parco nazionale sotto l’egida dell’UNESCO, oppure nell’altopiano nero del Messak Settafet libico, o ancora nel massiccio montuoso del Sahara centrale, nel Ciad, chiamato Tibesti. La Croce Tuareg viene realizzata secondo un antichissimo schema. Dapprima viene forgiato un modello grossolano in cera. Da questo viene poi tratto un modello in argilla e cotto in un fuoco generalmente tenuto attivo da un garzone attraverso uno strumento a soffietto di cuoio. La temperatura scioglie la cera dentro la quale si fa la colata d’argento. Una volta raffreddata l’artigiano apre l’involucro d’argilla e, come la perla nell’ostrica, ne trae la croce ancora grezza. Solo dopo averla limata manualmente e decorata la Croce prende l’aspetto di prodotto finito. Dopo la Croce è importante il triangolo. Il vertice rivolto verso il basso rappresenta la donna come matrice universale, mentre con il vertice verso l’alto rappresenta la montaqgna cosmica come la Piramide in Editto. Anticamente era il simbolo della dea Tanit che dominava le forze della natura. Il Quadrato è, invece, il simbolo della terra, il simbolo del creato, il simbolo del mondo stabilizzato. Infine, la Chiave della quale abbiamo accennato precedentemente. Realizzata nelle più svariate forme ha spesso una struttura che ricorda figure totemiche, possedendo all’estremità una fessura a mo’ di serratura. Tutti i gioielli Tuareg sono realizzati esclusivamente in argento (l’oro non è trattato per ragioni religiose) e anticamente, nello stampo della loro fusione, si utilizzavano anche monete europee come i talleri di Maria Teresa e i cinque franchi francesi.