copertinaboris
Nota biografica dell’autore
Ludovica Cantarutti

Giornalista, operatore culturale e consulente nel campo della comunicazione. Ha lavorato per varie testate fra cui Il Sole 24 ore, La Nazione, Il Gazzettino. E’ autrice di una dozzina di libri di poesia, teatro, saggistica e narrativa. Il suo ultimo volume “I Signori della Memoria”, dove riscopre in modo originale alcuni personaggi francesi dell’Ottocento, è stato presentato a Parigi nel 1998. Ha lavorato per la RAI. Materiale esplicativo della sua attività di fotografa, invece, è conservato al Kunsthistorisches Istitut di Firenze. Fa parte del PEN Club italiano.

Presentazione del Volume
L’Atto Unico che presentiamo in questo Quaderno ha avuto il suo battesimo in lettura scenica in occasione della seconda edizione del progetto culturale “Attorno al Pozzo” presso Casa Bellavitis di Sacile, nel 2000. Viene ora raccolto nella Collana dell’Associazione “via Montereale” che ha improntato la sua attività a favore della diffusione della cultura della diversità. La realizzazione di questo Quaderno, tuttavia, ha anche un altro significato. Con questo lavoro, infatti, la Collana editoriale affronta (e per questo ha scelto un colore di copertina diverso dal solito e che manterrà nel tempo a differenziare l’argomento dagli altri) un settore specifico che procederà parallelo agli altri argomenti preferenziali addottati dalla Collana, cioè le culture dei Paesi più lontani dal nostro e le avanguardie della comunicazione per le persone che non lo fanno verbalmente.
Inizia, dicevamo, con questo Atto Unico la promozione e la diffusione di talune problematiche sociali viste attraverso l’arte del Teatro (l’omosessualità in questo caso). Teatro del sociale, dunque, come abbiamo battezzato questo settore la cui interpretazione delle opere proporremmo sia alle compagnie teatrali italiane che ai singoli attori operanti sul territorio nazionale. Con questo ulteriore sforzo l’Associazione “via Montereale” vuole così riaffermare l’impegno ideale per il quale è stata istituita.
L.C.

Le occasioni della vita sono infinite e le loro armonie si schiudono ogni tanto a dar sollievo a questo nostro pauroso vagare per sentieri che non conosciamo.
Pier Vittorio Tondelli (tratto da “Pao Pao”)

Testo del Libro

Pagina 1
(La scena rappresenta l’interno di un monolocale in disordine. Sul letto una valigia aperta in preparazione. Sulla poltrona un manichino gonfiabile seduto, una bizzarria di chi abita l’appartamento Il manichino, che rappresenta idealmente la società, non è vestito, ma ha una coppola in testa ed è seduto in modo che il pubblico ne veda solo il profilo. Alcune cose sparse come calzini, magliette, libri e altro serviranno ad integrare l’azione scenica a mano a mano che si svolge. Il protagonista, che si chiama Boris, entra in scena da una porta come se rientrasse a casa, carico di vari involucri di carta con dentro una piccola spesa per la cena della sera i cui pezzi egli tirerà fuori accuratamente durante il monologo).

Ecco fatto. Finalmente. Al supermercato, tutti impazziti per le offerte. Oggi né voglia, né tempo c’è per tutto questo. Che strano però, quell’album di fotografie che ho visto a casa di Dario mi ha impressionato. Bello, devo dire, ma per la prima volta dopo tanto tempo ero affascinato dalla storia dei personaggi fotografati, mi appariva sempre migliore della mia. Le riproduzioni di un’altra famiglia che sembrava così felice mi ha fatto riflettere sulla mia. Su mia madre e su mio padre, sul senso dell’accoglienza prodotta dalle consuetudini della nostra società ipocrita e quella prodotta dai sentimenti. Essere figlio unico è una responsabilità. Perché? Perché sul figlio unico vengono riposte tutte le speranze dei genitori. Belle le foto del bambino nudo sul letto, bocca spalancata a mo’ di sorriso, con un ricciolo sulla nuca, una specie di principino ricavato dal sogno che ha il mondo ai suoi piedi, l’incarnazione di una favola. Certamente per, i genitori è così. Quando poi si tratta dei primogenito le foto si sprecano e da grande te le ritrovi dappertutto e non ti riconosci non perché sei cambiato, ma proprio per quello sguardo misto fra innocenza, incoscienza e stupore per la vita. Poi di queste tre cose resta solo lo stupore che ogni anno si fa sempre più grande, lo stupore nel constatare quanto e come il prossimo riesca sempre a fregarti. Allora, in quel momento le foto cambiano ma non perché sei diventato un uomo con la cravatta o i baffi, ma perché colpisce ancora, ma dal di fuori, come se fosse un’altra persona e non tu ritratto, lo stesso stupore della faccia che sembra dire “Ma che cazzo ci faccio io a questo mondo quando devo guardarmi sempre alle spalle altrimenti chissà dove mi ritrovo?”. Se avessi avuto fratelli avrei condiviso quello stupore con qualcuno che con la mia stessa intelligenza mi faceva magari la guerra per l’eredità di nostro padre. Ma io sono figlio unico e non ho di questi grattacapi. Ma che scocciatura, che rottura, che impegno, che ingiustizia reggere perennemente il moccolo, incarnare irrimediabilmente l’ideale pei, i miei genitori.